
Abbastanza vicino. Parliamo d'affari. Oggi non esistono più, una volta erano tra i più gettonati, gli antenati solo testuali, li facevi con niente, erano pura immaginazione. Correva il 1990 e ne usciva la pietra angolare: Ron Gilbert sparava in orbita un intero genere di appassionati videoplayer con un'opera senza precedenti e senza eredi, ad esclusione del suo diretto seguito. La serie muore lì: il suo architetto abbandona la nave e ne perde i diritti, gli orfani capitoli successivi sono l'ombra degli originali. A chiunque ne sia rimasto fuori: "The Secret of Monkey Island", best adventure so far, and still. Da conservare sempre a portata di perenne revival.









Sarebbe stato bello dieci anni fa suggerire a David Stern che nel giro di due lustri un canadese bianco sotto il metro e novanta avrebbe viaggiato in corsia di sorpasso per vincere il terzo Podoloff in fila. E neanche lui, quando lasciò il deserto dell'Arizona, avrebbe mai immaginato, proprio di ritorno a Phoenix, una ribalta tanto brillante. Discutere della legittimità di un riconoscimento simile è dialettica sterile, così come lo è cercare di trovargli la giusta collocazione tra i grandi playmaker della storia del gioco: ad oggi nella lega almeno dieci atleti possono orgogliosamente fregiarsi di poter essere considerati cestisti migliori di lui. Quel che è certo è che un premio del genere non arriva per caso, e le possibilità che Steve Nash vinca anche quest'anno sono oggettivamente alte. Ha portato una squadra di medio livello a contendersi il titolo, migliora il rendimento dei compagni, ha punti nelle mani come nessun altro riesca a smazzare un simile numero di assistenze. Non c'è premio che valga a consacrarlo più di quanto il campo abbia già fatto. Resta la stranita ammirazione per chi riesca a ritoccare percentuali già superbe a quasi trentatrè anni di età e con una squadra che ha visto il suo organico indebolirsi nelle ultime tre stagioni. Non rimane che l'anello: ed è questa, più dell'unanime consenso, la sfida che gli resta.