
"Vorrei consultare la copia
di Libero di oggi"
"Mi spiace, non abbiamo
Libero in collezione"
"Ok, allora Il Foglio"
"Neanche"
"Quanti quotidiani avete?"
"Molti, quasi tutti i nazionali"
"Ok, mi porti Libero allora"



David Lynch è un regista che di compromessi ne ha sempre offerti pochissimi, con “Inland Empire” decide di tagliare anche i residui. Un lustro dopo “Mulholland Drive” esce il paradigma di tutto il suo Cinema, l’epitome delle sue nevrosi, il breviario della sua poetica. Chiama a raccolta un paio dei suoi aficionados e si regala centottanta minuti di monologo patologico, che allo spettatore stavolta concede nulla: neanche il disturbante “Eraserhead”, il clamoroso capolavoro suo lungo d’esordio se ne infischiava in modo così sfrontato delle esigenze della platea, spesso incapace di venire incontro alla sua disastrata dialettica. Qui c’è tutto il Lynch dei vostri incubi: non uno, non due, tre e più dimensioni narrative, libere associazioni, sogno e realtà, cinema. Metacinema.
I suoi appassionati esegeti avranno di che goderne, nel tentativo di far quadrare il cerchio di una matassa all’apparenza insolubile, un’operazione del tutto secondaria in occasione di pellicole come questa, flusso fuori controllo e non puzzle in cerca di composizione.
Un film incosciente, ammorbante, pesantissimo e impegnativo come nessun altro del suo stesso autore. Coraggioso come sempre, più di sempre, nella sua dedizione devota volta ad assecondare la vertigine tutta dei suoi demoni. Non si scende a patti, mai, quando c’è un mondo incontrollabile da spiegare, con buona pace di chi, al di qua dello specchio, non potrà mai ghermirne la quintessenza. Specialità esclusiva per i cultori del regista più malato del pianeta. Astenersi tutti gli altri.
Ma proprio tutti.
Orfano della penna di Kaufman, Michael Gondry libera tutto il suo talento da videoclip per esaltare il valore scenografico del suo ultimo lavoro: un film entro i cui precari confini sogno e realtà non trovano mai equilibrio, ma si impastano a totale discrezione delle voluttuose nevrosi del suo protagonista, inconsciamente asservito alla sua titubante indole schiva. Il finale interlocutorio non tradisce una compiutezza di plot assai più riuscita del suo illustre predecessore, e la panoramica totale offre scorci di suggestione inopinabile. Peccato sia sovraccarico delle sue stesse immaginazioni, e non ne risparmi le visioni che da ghiotte si fanno stucchevoli quando il film incalza e inizia a piacersi proprio tanto. L'Arte del Sogno non vale Eternal Sunshine: benchè film come questi li si debba sentire dentro e sia sempre improbabile che assecondino un target di pubblico omogeneo, il fu capolavoro di Gondry era assai più libero a livello di intreccio, e pur avvalendosi di un escamotage narrativo artificioso ne sfilava le trame senza spartito, così come i suoi protagonisti viveva del momento senza programmarne gli sviluppi. Scontato inoltre che un cast di livello superiore ne abbia rappresentato un notevole surplus. Era troppo difficile fare di meglio o fare altrettanto, ma un film come questo resta un raro esempio di espressione libera, indiscutibilmente da non perdere.