
Fine del mondo. Inattesa, inevitabile. Imponderabile. Nessuno sapeva, nessuno vedeva. Solo una naturale e logica necessità di viverla come doveva essere, una esperienza oltre. Oltre le possibilità umane, oltre il senso di giusto e sbagliato, oltre la diffidenza, oltre la fede, l'istinto, il bene o il male. Oltre la vita stessa. Guardo fuori e non c'è più una città. Solo un ammasso di caseggiati che parevano uno soltanto. Finestre chiuse, sole. Cielo plumbeo. Non c'è più terra, acqua, erba, c'è solo l'umana coscienza di fronte a un'ultima stazione. Non c'è alcun evento da attendere, nessuna deflagrazione, nessuna guerra. Ma tutti sanno dell'imminenza di un evento che nessuno ha mai messo in dubbio pur non conoscendone i termini. Il tempo non esiste più, nessuna prospettiva, nessun progetto, nessuna aspettativa. Solo la forza inspiegabile, solo l'atavico impulso alla sopravvivenza. Esco. Nel blocco informe di casamenti fiumi di persone senza una meta. Corro verso un posto che so. Senza saperne il perché. Una struttura pronta a sparare i sogni residui al centro dell'universo. La trovo, è grande, enorme, colorata. Dentro un amico, in camice bianco. Non so perché lì dentro ci sia una consapevole salvezza. Ma quando mi si chiudono le porte alle spalle, non c'è senso di colpa per ciò che apparentemente solo io, ho il privilegio di sfruttare per farmi da parte, lontano dall'incombenza del nulla. E poi penso. Che nella fretta, nell'emergenza, nel pericolo comune forse tutti, abbiamo un personale, nascosto, segreto angolo dove trovare la propria resistenza a qualsiasi cosa sia non ingiusto, ma preventivamente deciso. La fine dei giorni arriva, il percorso è in mano di chi ci crede, di poterne fare qualcosa di unico. Ché nessuno mi aveva seguito. Perchè tutti sapevano dove trovare la propria strada.






